Alcune sere fa, io e Giancarlo, siamo andati a visitare una mostra del prof. Paolo Morello, docente di Storia della Fotografia a Venezia e fondatore della Fondazione dell’Istituto Superiore per la Storia della Fotografia che pochi conoscono, attualmente.
La mostra era ospitata dalle ex scuderie di Palazzo Sambuca in via Alloro n. 36 a Palermo.
La struttura è stata da poco recuperata, egregiamente restaurata da parte di due privati, di cui purtroppo mi sfugge il nome, ed adibita alle esposizioni e agli eventi culturali in genere.
Sia la mostra, dedicata ai Ficus della nota Villa Bonanno a piazza Marina, sia il contesto, sono stati sorprendenti. Ma ancor più sorprendente è stato il dibattito, fortemente voluto dal prof. Morello, sul decollo della fotografia in Italia e della fotografia italiana all’estero.
In effetti, il mercato della fotografia italiana all’estero sembra stia avendo un momento d’oro. Tuttavia, non altrettanto avviene in Italia. Ed ancor meno in Sicilia. Inoltre, la fotografia siciliana, anche quella dei fotografi più noti, sembra sia incapace di sfuggire dal giogo delle aspettative che il mondo intero le attribuisce: ci si aspetta di vedere ancora rappresentate le vecchine con il fazzoletto nero in testa, le processioni, le coppole… Ed anche chi tenta di innovare, come Oliviero Toscani nella campagna Benetton realizzata a Corleone oramai qualche anno fa’, lo fa a partire dalle coppole. Multicolor, indossate da ragazzi e ragazze di oggi, ma pur sempre coppole!
Come vedete, gli argomenti, la cosiddetta carne al fuoco, non è mancata. Forse perché queste occasioni sono davvero rare e ciascuno ha accumulato molte cose da dire.
Un altro non secondario argomento è stato rappresentato dalla triste vicenda del Museo della Fotografia che – ahimé – è ancora solo un progetto cartaceo e che sarebbe dovuto nascere a Palermo.
Il Museo era stato ideato e dettagliatamente progettato, circa quattro anni or sono, dal prof. Morello medesimo, che avrebbe donato la ricca collezione di fotografie della propria famiglia, a patto che la Regione Siciliana individuasse un locale decoroso, garantisse una adeguata sorveglianza, mantenesse il nome della famiglia donatrice e promotrice, cioè Morello, e finanziasse le attività del Museo: seminari, workshop, mostre aperte alla città.
Malgrado un “si” iniziale dell’attuale Presidente Cuffaro, ad oggi nulla di fatto. Rendo nota la vicenda, anche attraverso il nostro modesto blog, perché è poco conosciuta e occorrerebbe invece che tutti gli amanti della fotografia organizzassero una pressione, sensibilizzassero l’opinione pubblica! Su questo, però, tornerò più avanti, perché vale la pena di dedicare un po’ di tempo a riflettere sulle cause e sui possibili rimedi all’apatia culturale generalizzata della nostra isola o almeno della nostra città.
Generalizzando, si è molto parlato del difficile rapporto tra gli artisti, le istituzioni, gli enti locali.
Erano presenti, tra i relatori, oltre al prof. Morello, Aurelio Pes, Giovanni Pepi. Tra il pubblico, l’architetto Monaco, docenti dell’Accademia e, purtroppo va detto, la solita intelligentia che, non so se per colpa propria o meno, è costituita da persone di cultura che però si parlano sempre tra di loro.
Certamente, non un solo esponente della cosiddetta gente comune, magari casualmente attratto dal discorso.
Sia io che Giancarlo abbiamo preso la parola raccontando la nostra vicenda associativa ma – certamente – non per parlare di noi; bensì perché il nostro è un percorso tipico, perché abbiamo incontrato dei problemi che molti, nelle nostre stesse condizioni, probabilmente incontrano.
Già da alcuni anni, sia singolarmente che insieme, io e Giancarlo abbiamo lanciato in città una piccola, modesta sfida: movimentare l’ambito della fotografia ma non nel solito modo. Non ci interessava cioè riproporre vecchi schemi associativi da fotoclub, in cui la fotografia, fatte poche eccezioni in Italia, riceve un trattamento dopolavoristico o hobbistico. Ci interessava parlare di fotografia in senso culturale ed artistico. Per cominciare, a nostro avviso, era necessario intercettare la base: tutti i giovani, e non solo giovani, che in privato, senza far riferimento a circoli o fotoclub, quindi senza avere occasioni di confronto di alcun tipo, vivono una intensa passione per la fotografia, hanno curiosità culturale per la sua storia, hanno lo sguardo aperto ai panorami dell’arte contemporanea, a tutti coloro che sanno fotografare ma non hanno né guide né sbocchi. Sono in tanti! Molti di più di quanto osassimo immaginare! Magari non sono educati a lavorare a progetto, ma hanno menti aperte e vulcaniche ed un gusto personale, in molti casi da affinare ma personale.
Come intercettarli? Organizzando letture portfolio aperte e gratuite una sera a settimana, presso un qualche locale (pub, bistrot…), pubblicizzate alla meno peggio, grazie al passa parola, alle mailing-list create con il tempo, ed anche grazie al blog. Il nostro taglio – lo sa chi ci conosce – è dettato dalla convinzione che la fotografia sia come una lingua, ad es. come l’italiano. Con l’italiano si può scrivere una lista della spesa, un menu, un articolo di giornale, un manuale di istruzioni ED ANCHE IL PIU’ GRANDE POEMA!!!! Con la fotografia, analogamente, puoi periziare, ricordare eventi privati, documentare, testimoniare, raccontare ED ANCHE CREARE ARTE!!!!! E’ alla fotografia d’arte che noi ci rivolgiamo, ossia a quella in cui si può riconoscere una poetica individuale. Ed il taglio che diamo ai nostri incontri di lettura portfolio è quello di spingere le persone che ci portano le proprie immagini, magari inizialmente affetti da SCATTOMANIA GRAVE, a trovare la PROPRIA FOTOGRAFIA!!! Nel bene e nel male, rischiando, uscendo dalla banalità del resoconto immediato della realtà. Tra i giovani che ci frequentano, senza alcun vincolo – (non sono associati, non pagano nulla, si consuma solo qualcosa insieme presso il locale che ci ospita) – abbiamo riconosciuto delle potenzialità interessanti e, ad alcuni, abbiamo organizzato delle mostre; sempre – ahimé – nel locale che ci ospita. E’ difficile trovare opportunità dignitose. Non è bello arredare le pareti di un locale e basta, senza che nessuno badi più di tanto alle immagini, senza che un critico si scomodi a parlarne. Fare una mostra, a queste condizioni, non è un obiettivo: rischia di restare una cosa tra di noi, tanto per… E sono forse più proficue, a questo punto, le letture portfolio. Ma perché le cose vanno così? Ecco la nostra vicenda, che, come dicevo, è forse tipica. Io e Giancarlo abbiamo fondato PhotoArea2006 nel febbraio del 2006. Ma questa associazione non è mai stata costituita formalmente di fronte ad un notaio per diverse ragioni. La prima è che entrambi ritenevamo che le associazioni devono esistere prima sostanzialmente e poi, eventualmente, in senso formale. Sarebbe stato inutile e sbagliato creare una scatola e solo successivamente cercare di riempirla di attività e persone cooperanti. La seconda, ma in ordine di importanza forse è la prima, è che io avevo già avuto una approfondita e dolorosa esperienza di cosa significhi tentare di dialogare con istituzioni ed enti locali ed avevo rinunciato aprioristicamente a tentare ancora di farlo. L’unico vantaggio che avremmo avuto, registrando la nostra associazione, è che avremmo potuto presentare dei progetti culturali al Comune, alla Regione… o chiedere spazi pubblici per le nostre attività. Per il resto, un’esistenza formale a noi non occorre dal momento che tutto ciò che facciamo è gratuito ed aperto a tutti. Lo scetticismo di fondo mi deriva da anni, oramai lontani, di collaborazione con il Teathés di Michele Perriera, (e poi anche con altre realtà teatrali e videomackers siciliani) che – qualunque cosa se ne pensi – (alcuni recentemente hanno affermato, forse delusi, che si è rivelato un bluff) – negli anni di cui parlo, rappresentava l’unico caso di apertura alle avanguardie, agli umori della cultura europea, e compiva l’operazione che ora spereremmo compisse la fotografia: non proponeva la solita, autoreferenziale e stereotipata sicilianità ma proponeva, alla città di Palermo e non solo, ciò che nel teatro contemporaneo mondiale era frutto di sperimentazione. Negli anni in cui ho collaborato con il Teathés, non soltanto la scuola e la compagnia non hanno ricevuto alcun aiuto pubblico ma, in virtù del fastidio dato evidentemente dalla produzione Teathés e dallo stile pulito e trasparente con cui portava avanti le proprie richieste, noi ci ritrovavamo spesso e volentieri a ricevere la Guardia di Finanza e la SIAE appena prima l’inizio dello spettacolo. Venivano e ti bloccavano per ore, fino a far saltare, causa di forza maggiore, la rappresentazione. Non ricordo abbiano mai trovato irregolarità. Naturalmente venivano su segnalazione anonima. Questa ventata di visite si è soprattutto concentrata nel periodo in cui, finalmente, al Teathés sono stati assegnati degli ex capannoni ferroviari che la compagnia ha ristrutturato e adattato a proprie spese. Salvo poi, dopo qualche anno, essergli revocati senza troppe spiegazioni. Forse facevamo invidia alla concorrenza, nel qual caso ci sarebbe da prendersela con l’ambiente del teatro palermitano. O forse era una rivalsa, o meglio una vendetta, dal momento che l’accesso avrebbe dovuto essere clientelare e non lo è stato. Non avevo ruoli formali nella cooperativa Teathés, quindi tutto ciò l’ho vissuto indirettamente. Ma sono stata aiutoregia di Michele quindi ero sufficientemente partecipe. A partire dai primi anni Novanta ho preso le distanze da molte scelte culturali e organizzative di Perriera, ma quello che a suo tempo ci hanno fatto resta grave! E quando finalmente il Teathés ha ottenuto i Cantieri Culturali come sede per la propria scuola, divenuta sotto Orlando, comunale, era troppo tardi. Forse i migliori, per campare, avevano dovuto andare altrove… fare altro, forse il momento dell’effervescenza era oramai passato, e Michele, forse anche grazie alle tante amarezze subite, aveva avuto due infarti ed era radicalmente cambiato.
Dialogare con le istituzioni è difficile: o clientelare o, nella migliore delle ipotesi, così burocratico da indurti a, lasciare il tuo lavoro ordinario per seguire costantemente l’iter di una qualsiasi richiesta, sorvegliare criticamente sul suo stato di avanzamento.
D’altra parte, essere ospitati da dei locali privati (pub, ristoranti ecc… ecc…), anche quando si trovino gestori davvero ospitali, espone ad un rischio: quello di non essere assolutamente presi in considerazione dai giornali. La risposta che ci è stata data da più di un giornalista – (quindi una risposta non individuale ma sistemica) – è che non si può parlare di una iniziativa culturale proposta in un locale privato in quanto gli si farebbe una pubblicità gratuita. I locali sono tanti e quindi perché farlo per l’uno e non per l’altro?
Questa risposta sistemica l’abbiamo riferita, nel contesto della serata con il prof. Morello, al Direttore del Giornale di Sicilia, il dott. Pepi, il quale ci ha risposto con la gentile offerta di riparlarne e di far sapere a lui delle iniziative di PhotoArea2006. Noi naturalmente lo ringraziamo e – a onor del vero – dobbiamo riconoscere che, inviando i comunicati delle nostre inaugurazioni alla cooperativa che gestisce le pagine degli appuntamenti in città, abbiamo spesso avuto uno spazietto. Tuttavia il punto non è questo. Il punto è la valutazione pubblica che si da ad una produzione artistica. Ma cosa fanno i critici? Quando, per un breve periodo, ho collaborato con il giornale L’Ora io visitavo e commentavo sul giornale tutte le mostre fotografiche che riuscivo a vedere, ovunque si svolgessero, e non necessariamente in termini positivi. Quanto vorrei che oggi un critico venisse anche per demolire una mia mostra!!!! Che almeno venisse!!! Altrimenti come si fa, sia pur lentamente, sia pur progressivamente, a rientrare tra quegli autori che hanno una valutazione nel panorama locale, nazionale o internazionale? Noi abbiamo frequentato più volte le occasioni come Savignano Immagine, il Toscana Foto Festival, l’Internazionale di Fotografia di Solighetto…. , guadagnandoci dei riconoscimenti. Invitiamo sempre i giovani che ci frequentano a fare altrettanto perché avrebbero molto da apprendere da simili esperienze! Ma a Palermo, non si riesce ad esistere per l’opinione pubblica. La mostra resta fine a se stessa: un dispendioso modo per ritrovarsi tra amici, intorno a delle immagini. E basta!
Comunque, ieri sera, alla inaugurazione della mostra di Giancarlo, abbiamo avuto un amico-visitatore in più! Un signore che aveva assistito alla discussione che ho qui riferito. E quanto a tutti gli altri, è stato piacevole ritrovarsi e li ringraziamo per l’attenzione e la fiducia che accordano sempre alle nostre iniziative!
Per chi volesse informazioni ulteriori sull’iniziativa del prof. Morello, può trovarle al sito:
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